Due Città Invisibili

di Jacopo Bonini

Ho letto con piacere la vostra ultima newsletter, ed ho approfondito i contenuti indicati.
Temo che sarà, sarebbe un salto “di qualità” per l’umanità interpretare ciò dando un senso a qualcosa che un senso non ha, che si ripete come tanti altri eventi infettivi più o meno consueti, che percepiamo così gravoso perchè esula, sfugge alla nostra “euforia di controllo costante” e perchè biologicamente – come citato – ci paralizza e ci priva del contatto; ancora, che viviamo con grande impatto psicologico e con forte percezione di rischio.

In questo video (https://www.youtube.com/watch?v=-OMKYw-XaGg&t=403s), Galimberti parla, tra le altre cose, delle “opportunità” dietro a tutto ciò, di riscoperta del nostro tempo al di là di routine di rado completamente plasmate da noi, di un confronto con noi stessi che forse ci spaesa invece di eccitarci, delle cose di cui possiamo fare a meno senza grandi perdite.

Forse ciò che ci manca, e che ci mancherà, è realizzare ciò di cui potremo continuare a fare a meno, ed insieme a ciò sfruttare il potenziale “di rigenerazione” – invece che di disorientamento – che si cela dietro a cambiamenti radicali, imprevisti; cambiamenti che ci riportano con i piedi saldi sulla nostra condizione di essere biologico in una sfera di cui siamo uno dei viventi, di sicuro un ospite importante ma non il principale né colui che governa o plasma.

È interessante il tentativo di dare un senso, contenuto nel video allegato.

Mi sento di rispondere a questo con due prospettive, due Città Invisibili (dal libro di Italo Calvino), Ottavia e Bauci.

Se volete credermi, bene. Ora dirò come è fatta Ottavia, città – ragnatela. C’è un precipizio in mezzo a due montagne scoscese: la città è sul vuoto, legata alle due creste con funi e catene e passerelle. Si cammina sulle traversine di legno, attenti a non mettere il piede negli intervalli, o ci si aggrappa alle maglie di canapa. Sotto non c’è niente per  centinaia e centinaia di metri: qualche nuvola scorre; s’intravede più in basso il fondo del burrone. Questa è la base della città: una rete che serve da passaggio e da sostegno.
Tutto il resto, invece d’elevarsi sopra, sta appeso sotto: scale di corda, amache, case fatte a sacco, attaccapanni, terrazzi come navicelle, otri d’acqua, becchi del gas, girarrosti, cesti appesi a spaghi, montacarichi, docce, trapezi e anelli per i giochi, teleferiche, lampadari, vasi con piante dal fogliame pendulo. Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti d’Ottavia è meno incerta che in altre città.
Sanno che più di tanto la rete non regge. 

Dopo aver marciato sette giorni attraverso boscaglie, chi va a Bauci non riesce a vederla ed è arrivato. I sottili trampoli che s’alzano dal suolo a gran distanza l’uno dall’altro e si perdono sopra le nubi sostengono la città. Ci si sale con scalette. A terra gli abitanti si mostrano di rado: hanno già tutto l’occorrente lassù e preferiscono non scendere. Nulla della città tocca il suolo tranne quelle lunghe gambe da fenicottero a cui si appoggia e, nelle giornate luminose, un’ombra traforata e angolosa che si disegna sul fogliame.

Tre ipotesi si danno sugli abitanti di Bauci: che odino la Terra; che la rispettino al punto d’evitare ogni contatto; che la amino com’era prima di loro e con cannocchiali e telescopi puntati in giù non si stanchino di passarla in rassegna, foglia a foglia, sasso a sasso, formica per formica, contemplando affascinati la propria assenza.

Un abbraccio, a presto,

Jacopo

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Sui prati di Milano stanno tornando le lepri; l’acqua dell’Adriatico da giorni è più pulita e sono riapparsi i delfini; il cielo sopra Pechino è terso come un secolo fa. La nuova consapevolezza individuale e collettiva che in questo periodo stiamo coltivando ci guidi alla costruzione delle nostre palafitte di Bauci. Per tornare ad appoggiare i nostri piedi sulla Terra come su un sacro suolo. GRAZIE JACOPO! Un abbraccio

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