La fine e l’inizio

di Daniela Pavoletti

Sono passati poco più di sette giorni dalla camminata organizzata alla Casa dell’Ecologia Umana,
poco più di sette giorni dalla voce di Silvio Castiglioni, dalle parole scelte per noi e dal nostro stupito silenzio.

Mentre camminavo, insieme sola e parte di un piccolo serpente di uomini e donne, prima che Silvio concludesse il nostro viaggio con “Conversazione con una pietra” di W. Szymborska, ho pensato a questa poetessa che nei suoi versi rende quotidiano e vicino l’infinito e, in particolare, ho pensato ad una delle sue poesie “La fine e l’inizio”.

Questo i primi versi:

“Dopo ogni guerra

c’è chi deve ripulire.

In fondo un po’ d’ordine

da solo non si fa.”

Lungo la strada ho incontrato frammenti del mio passato: i papaveri mi hanno riportato ad un gioco che mio padre faceva con me, mi chiedeva di indovinare il colore del fiore ancora chiuso, i lupini mi hanno ricordato le merende fatte con  gli  amici durante le nostre scorribande in campagna; camminando ho fatto memoria della mia infanzia e ci sono tornata.

Camminando ho fatto memoria delle molte guerre che, come tutti, ho combattuto; come tutti, alcune le ho vinte altre le ho perse e ogni volta qualcosa o qualcuno ha ripulito per me o mi ha aiutato a farlo.

La poesia “La fine e l’inizio”, dopo aver descritto le azioni necessarie a fare ordine e il compito, spesso vano, della memoria, finisce con queste due strofe:

“Chi sapeva

di che si trattava,

deve fare posto a quelli

che ne sanno poco.

E meno di poco.

E infine assolutamente nulla.

Sull’erba che ha ricoperto

le cause e gli effetti,

c’è chi deve starsene disteso

con una spiga fra i denti,

perso a fissare le nuvole”

 

Questi versi hanno sempre prodotto dentro di me un sentimento grigio, a metà fra la tristezza e la speranza.

Tutto ciò che è stato sbiadisce, a volte svanisce, e lascia il posto ad un nuovo sogno, ad un nuovo desiderio che ti chiama dalle stelle, dietro alle nuvole.

Tutte le nostre guerre quotidiane sono destinate ad essere superate in un modo o nell’altro e solo gli olmi, l’erba, le nuvole, le radici degli alberi, le pareti della nostra casa, le cose che maneggiamo, tra molti anni, potranno raccontare chi siamo stati.

La Storia e le storie di ciascuno di noi contaminano tutte le creature che ci circondano, che non hanno porte a cui bussare e che sanno che non abbiamo una porta neppure noi.

La partecipazione reciproca è ciò che deve essere, non servono ragionamenti complessi.

Nelle due strofe che ho riportato, mi ha sempre colpito proprio il verbo “deve”; chi sa deve fare posto a quelli che ne sapranno sempre meno, deve imparare a volare come il protagonista del racconto di Herzog, perché tutti dovremmo vivere imparando a morire. L’uomo di domani deve starsene disteso con la spiga fra i denti a guardare il cielo, perdendosi.

Durante la camminata più volte ho alzato gli occhi al cielo, muovendo i miei passi o ascoltando Silvio recitare i testi scelti per noi, più volte sono caduta dentro il verde che avevamo intorno, più volte mi sono sentita guardata dagli alberi.

Avevo voglia di un nuovo inizio, di un’esperienza che mi dimostrasse che in fondo basta poco per sentirsi costantemente trasformati dalla vita, la camminata del 16 maggio è stata questa esperienza.

Ora mi chiedo: in questo processo costantemente trasformativo che cosa rimane di me? Non so ben esprimere la risposta, la tento in un elenco:

LE PAROLE

HO IMPARATO A VOLARE

GLI OCCHI

TUTTI I VERDI INTORNO

LA PARTECIPAZIONE

UNO

IL SILENZIO

……………

 

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