L’epidemia di Covid-19: un trauma collettivo da elaborare

Dott. Fulvio Zanella(*)

(*) Psicologo-Psicoterapeuta – Intervento del 3 gennaio scorso alla Casa dell’Ecologia Umana in occasione della presentazione del libro

Mi è stato chiesto di partecipare all’incontro di oggi alla Casa dell’Ecologia Umana proponendo una lettura dell’epidemia di Covid-19 vista come trauma collettivo da elaborare. Cercherò di svolgere il compito sperando di contribuire al dialogo che si vorrebbe iniziare a costruire per superare le contrapposizioni che l’emergenza Covid-19 ha creato, per creare ponti di pacificazione e, riprendendo le parole utilizzate da Marina nella mail di presentazione di questo incontro, “per ricucire le ferite personali di tutti noi che abbiamo vissuto quegli anni.”
Vorrei iniziare il mio intervento delineando il concetto di trauma, i sintomi che questo evento può produrre e le possibili strategie per la sua elaborazione. Il tutto, ovviamente, in modo conciso e semplice.
Il trauma, in psicologia, è un evento dovuto a cause naturali o ad azioni umane in grado di minacciare l’integrità fisica e psicologica di chi ne è vittima e di procurare un senso di vulnerabilità e di perdita di controllo devastanti. Si tratta di un evento che può coinvolgere una collettività (guerra, epidemia,  terremoto) o singoli individui (maltrattamento, abuso, lutto, abbandono).
Trattandosi di esperienze limite, di stress estremi, i sintomi che si possono manifestare sono principalmente i seguenti: amnesia dissociativa, ipervigilanza, ansia, scoppi di collera improvvisi, allucinazioni, disorientamento, disturbi del sonno, evitamento di pensieri, luoghi o persone che richiamano l’evento doloroso, ritiro sociale, sfiducia negli altri e nelle istituzioni.
L’ elaborazione di queste esperienze, almeno per quanto riguarda il singolo individuo, richiede un contesto protetto dove terapeuta e vittima di un trauma possano creare, in primo luogo, un’alleanza basata sulla fiducia, sull’ascolto, sul non giudizio, sul rispetto, sulla condivisione del dolore, per poi intervenire sulla reattività emotiva nel tentativo di ridurla e sulla ricostruzione dell’evento traumatico spesso frammentato dalle difese dissociative e rivissuto in prevalenza attraverso incubi e flashback.
Ricordo che la vittima di un trauma spesso è giudicata negativamente, attaccata nella sua credibilità, derisa. Penso ai soldati che crollano sul campo di battaglia considerati deboli, malati mentali, vigliacchi, penso alle donne che hanno subito abusi considerate isteriche, moralmente non credibili, penso ai bambini maltrattati considerati suggestionabili, emotivamente ipersensibili. In tutti questi casi, chi si prende cura della vittima di un trauma si trova a dover attestare la ‘veridicità’ della sua esperienza dolorosa, a doverne dare testimonianza.
A questo punto mi permetto una breve digressione sul tema del testimone. Sul piano etimologico il testimone presenta in particolare due accezioni. Per la prima il testimone è il testis, colui che assiste a un fatto e può attestare che esso si è realmente svolto. Per la seconda il testimone è il martyr, il martire, qualcuno che ha testimoniato la propria fede o un ideale e per questo è stato perseguitato. Nello studio del terapeuta sono presenti due testimoni. Da un lato il martire, cioè colui che ha attraversato un’esperienza dolorosa, dall’altro colui che ascolta, che empatizza, non giudica e riconosce la ‘veridicità’ di quel dolore.
Tutto ciò, a mio parere, è presente anche nel trauma collettivo. In questo caso però non basta l’intervento sul singolo individuo, è necessaria la partecipazione della comunità coinvolta nell’evento affinché si faccia testimone della ‘veridicità’ del racconto delle vittime e crei momenti pubblici per riparare le ferite e, se necessario, per individuare responsabilità.
La pandemia ci ha lasciato migliaia di lutti da elaborare, migliaia di familiari di ‘dispersi’ chiusi in un sacco e portati fuori dagli ospedali, dalle RSA, dalle case, per essere cremati. Queste vittime non hanno avuto celebrazioni, rituali, momenti per rendere loro un ultimo saluto, momenti di condivisione del dolore tra coloro che ne hanno patito la perdita, tutte azioni in grado di aiutare a elaborare il lutto, a ricostruire il legame sociale spezzato, a ridare fiducia alle istituzioni, ad avere di nuovo speranza nel futuro. Ci troviamo ora con innumerevoli lutti irrisolti, sofferenze che si sono cronicizzate lasciando depressione, disagio psichico, rabbia, solitudine.
Tra le vittime dell’epidemia di Covid-19 non posso non ricordare anche coloro che hanno rifiutato il vaccino, coloro che sono stati costretti ad assumerlo per poter lavorare e coloro che hanno sofferto e soffrono di effetti collaterali spesso gravi e non riconosciuti, tutte persone che si sono sentite discriminate e private dei loro diritti, che hanno subito giudizi negativi, indifferenza, derisione, tutte persone che ora hanno bisogno di riconoscimento della sofferenza patita, di cure, di atti riparativi.
Nel nostro Paese la narrazione di questa epidemia è stata ed è tuttora motivo di conflitto. Non ci sono state assunzioni di responsabilità, riconoscimento di negligenze o di criticità da parte di chi aveva il compito di gestire l’emergenza. Si preferisce parlarne il meno possibile, cercare di dimenticare, ‘andare avanti’. Purtroppo oggi, cosi come accaduto in altri periodi storici, penso al nostro secondo dopoguerra, “andare avanti” significa cercare di rimuovere, negare le ferite, non curarle, lasciare che sia il tempo a lenire il dolore.
Dal mio punto di vista è un’illusione pensare di vivere in pace lasciando nell’oblio un vissuto traumatico. Questo tenderà sempre a manifestarsi nutrendosi di rabbia, di paura, di delusione. Senza dare un senso a ciò che è stato non è possibile ricostruire la fiducia, dare spazio a momenti di riconciliazione.
Nella prefazione al libro curato da Elisa Bertinato e Fernanda Mazzoli “Aquiloni nella tempesta – Testimonianze di volo durante la pandemia”, che oggi viene presentato qui, nella Casa dell’Ecologia Umana, la dottoressa Maria Antonietta Balzola, medico psichiatra, sintetizza con queste parole quanto ho finora cercato di comunicare: “Dopo questo grande trauma collettivo, si sta scivolando in un’amnesia collettiva di quanto è successo: ma, come tutti i traumi, se non elaborati, condivisi, pianti insieme a nemici e amici, essi tornano come relitti di caravelle disperse nella tempesta.”
La presentazione del libro appena citato, centrato prevalentemente sui vissuti di coloro che hanno subito il green pass e hanno rifiutato l’obbligo vaccinale, che hanno espresso dei dubbi e che si sono sentiti accusare di tradimento, di diserzione, di egoismo, ci offre l’opportunità di mettere un primo seme di pacificazione tra persone che su questa pandemia hanno avuto posizioni diverse.
Voglio ricordare che per i più il vaccino e misure quali il lockdown e il green pass hanno rappresentato l’uscita dalla paura, la possibilità di ricominciare a vivere, illusoria o meno che fosse. Queste misure prese in pandemia sono state causa di una lacerazione sociale, hanno fatto sì che il linguaggio assumesse caratteri bellici: amici-nemici, eroi-traditori. Chi non ha accettato la gestione governativa della pandemia, il protocollo e il vaccino quali uniche strategie in grado di combatterla, è stato considerato un nemico, un traditore, è stato deumanizzato e, in quanto tale, passibile di attacchi feroci.
Ma chi è l’eroe? Chi ha seguito le regole o chi vi si è opposto perché non ha accettato di obbedire a disposizioni ritenute illogiche? Sappiamo che chi non si è conformato al pensiero prevalente ha pagato un prezzo non indifferente: isolamento, derisione, sospensione dal lavoro, minacce, ecc. Queste persone oggi non accettano l’oblio, vogliono fare memoria, hanno bisogno di condivisione e di dare vita a momenti riparativi, vale a dire tutto quanto l’oblio nega.
Per non essere vittime dell’oblio, per elaborare il trauma collettivo della pandemia, per uscire dall’ottica bellica, dalle categorie ‘amico-nemico’, ‘no-vax’ ‘pro-vax’, ci vuole ascolto, empatia, non giudizio, condivisione dei propri vissuti.
Questo incontro di oggi, in fondo, vuole essere un tentativo di elaborazione del trauma collettivo causato dalla pandemia, un tentativo a cui partecipano persone che hanno idee diverse, storie diverse da raccontare, ma che accettano la fatica del confronto e della condivisione.
Qui, in questa sala, siamo tutti testimoni, sia in quanto persone che portano con sé lutti, discriminazioni, ferite, sia in quanto persone che accolgono la sofferenza dell’altro, nel tentativo di creare una memoria condivisa e uno spiraglio di pace. Il compito è arduo ma va svolto, perché l’alternativa è una comunità divisa, conflittuale.

 

 

Casa dell’Ecologia Umana:
334 7009556 Marina
email: corsi@ecologia-umana.it

Gli Articoli Più Recenti

Aggiungi il Tuo Commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Contattaci

    PER CONOSCERCI

    Compila il modulo sottostante