Nutrire la verità

di Gilberto Ugolini

Avete mai sentito parlare di “meme”?

Io sì, ma solo pochi giorni fa. La parola “meme” deriva dal greco mimema (imitazione); il meme è un’idea, stile o azione che si propaga nella cultura di massa, spesso per imitazione, diventando improvvisamente famosa. Quindi è una piccola unità di informazione.

Esiste anche una scienza, la memetica, che studia il meme e la sua capacità di diffusione, della quale si occupano scienziati e, ovviamente, aziende pubblicitarie. Secondo la memetica, ogni giorno un adolescente osserva tra i 100 e i 200 meme su internet. In casi particolari, ma non così rari, si può arrivare anche oltre i 600 o addirittura ai 1.000. Un vero e proprio bombardamento, che colpisce soprattutto i più giovani ma non risparmia gli individui di tutte le età. Alcuni meme possono essere particolarmente veloci nel diffondersi, come un virus biologico: è per questo che spesso la parola virale viene associata alle cosiddette tecnologie 2.0. Ma a questo punto una domanda sorge spontanea: noi abbiamo gli anticorpi per difenderci da questi virus tecnologici? Oppure siamo semplicemente “portatori sani” che veicolano la diffusione senza ostacolarla?

Di fronte a un meme, a una informazione, abbiamo libero arbitrio: possiamo scegliere di fermarla oppure di diffonderla, è sufficiente decidere se fare o non fare un clic sul cellulare o sul computer; è un gesto che richiede una frazione di secondo, ma che ha conseguenze importanti. Quante notizie che sto facendo girare sono bufale (le cosiddette fake news)? Da dove mi sono arrivate? La fonte è sicura? Sono utili o dannose? E poi mi chiedo: quali sentimenti voglio diffondere? Un messaggio, un video, una frase, un’immagine, mi suscitano le emozioni più disparate: rabbia, ansia, gioia, tristezza, speranza, fiducia, angoscia… quali di queste desidero suscitare nelle persone che riceveranno questo messaggio?

Oggi siamo di fronte al rischio di una vera e propria emergenza culturale. L’appiattimento della diversità culturale è un problema epidemico serio che può generare stereotipi dannosi e limitare lo scambio di idee.

Personalmente, sto prendendo consapevolezza che il mio essere ama nutrirsi di informazioni così come di cibo e di acqua; la mia fame e sete vengono soddisfatte durante i pasti, mentre le informazioni nutrono il mio cervello, placano la mia curiosità, la mia brama di conoscenza, il desiderio di espansione del mio patrimonio culturale…  In realtà, quando vado al supermercato, scelgo quali alimenti acquistare. Perché non scegliere le informazioni? Perché non mettere un filtro? Perché non cercare le “migliori”?

Credo che sia importante coltivare la cultura della verità. Coltivare significa prendersi cura, fare crescere ciò che è buono, estirpare ciò che non porta frutto.

La verità si coltiva ogni giorno: dobbiamo  prepararci, leggere, studiare, approfondire. Alla cultura dominante, che non ti dà il tempo di riflettere su una notizia perché te ne propone subito un’altra, in un continuo susseguirsi di notizie usa e getta, con ritmi dettati dalla fretta e dal rumore, bisogna contrapporre la cultura del fermarsi, del silenzio, del ragionare con la propria testa, sviluppando quello spirito critico che dovrebbe aiutarci a scegliere e, in generale, dovrebbe consentire una maggiore pluralità di informazioni.

Per questo, quando mi arriva un’informazione, cerco di non farla ripartire subito. Mi fermo un attimo, mi ascolto, cerco di dare spazio ai sentimenti che mi suscita, mi prendo del tempo per riflettere… e alla fine scelgo cosa farne, con calma.

“quando una crisi si verifica, le azioni che vengono intraprese dipendono dalle idee che circolano” (Naomi Klein)

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