Il contributo che ciascuno può portare

di Marina Mazzanti

Ringrazio Andrea Fazi, per il suo articolo sul problema dell’acqua (da noi pubblicato il 30 aprile 2020) ma soprattutto lo ringrazio per aver riportato un aneddoto relativo alla vita di Gandhi, che ha contribuito in gioventù alla mia formazione e crescita personale. Da subito, all’epoca, mi colpì il pianto di Gandhi, ieri come oggi.
Ricordate il brano?

Nehru e Gandhi parlano di questioni importanti, intanto Gandhi, servito da Nehru, si lava.
Gandhi sta facendo due azioni significative: parlare dei problemi dell’India e lavarsi.
Sono due azioni che necessitano concentrazione o meglio, diremo noi, più la prima che la seconda, la seconda va da se come abitudine acquisita.
Di fatto la prima azione distrae Gandhi dalla seconda. Egli si “ricentra” solo quando si accorge che non fuoriesce più acqua dalla brocca e si rende conto di non essersi lavato la faccia.
Qui Gandhi riconosce lo spreco, smette di parlare e piange.

C’è un profondo legame tra queste parole che qui ripeto, spreco, silenzio, lacrime.

Gandhi sa di aver sbagliato, ma non si colpevolizza, anzi l’errore è motivo per continuare il suo percorso di consapevolezza che aveva intrapreso da giovane. Fondamentalmente in lui, mente cuore ed emozione, sono in profonda connessione non solo con il suo mondo interiore ma anche e principalmente mi vien da dire, con quello esterno. E’ questa connessione, questo conseguente senso di responsabilità, che lo porta ad una nuova scelta, quella di non volere un’altra brocca d’acqua.

Nerhu, rimasto colpito dalla sua reazione di pianto, infatti, cercava di tranquillizzarlo proponendogli altra brocca d’acqua visto che la sua regione era ricca di fiumi. “Nerhu hai ragione, nella tua città ci sono grandi fiumi ma la parte che mi spetta è soltanto una brocca d’acqua ogni mattina e niente più. Dobbiamo prendere dalla Terra solo ciò che costituisce una nostra assoluta e fondamentale necessità: cose senza le quali non possiamo sopravvivere.”

La necessità di lavarsi è strettamente connessa con la nostra sopravvivenza e dunque, per Gandhi non è un’abitudine ma una scelta consapevole che rinnova ogni volta che compie quel gesto, per questo piange, perché in quel momento, distratto da altro, è venuto meno ad un principio etico che è a fondamento della sua vita: “La Terra ha abbondanza di tutto, ma a noi spetta soltanto ciò di cui abbiamo realmente bisogno.”

Ma non si ferma qui, si riconnette e riparte.

Gandhi ci invita a recuperare la cultura del limite ma soprattutto a ricercare un fondamento etico del nostro pensare e agire e quindi a prestare attenzione alle nostre azioni e, anche quando sbagliamo, a non colpevolizzarci o giudicarci ma favorire sempre quella connessione, mente -> cuore -> emozione o meglio, emozione-> mente-> cuore che porta a maggior consapevolezza. Non è solo conoscenza o solo impeto emotivo ma è la capacità di stare con il sentire profondo dell’esperienza che sto vivendo (non distrarmi) che mi permette di piangere (emozione), nel silenzio (capacità di sentire), davanti al mio spreco (capacità di riflettere sul dato conosciuto) e muovere nuovi passi.

Le abitudini, le nostre azioni codificate possono essere modificate con un costante e progressivo impegno   ma è fondamentale sentire profondamente che noi siamo parte di un vasto universo in evoluzione e che è già in atto un cambiamento globale.

“Facciamo un percorso, che sarà certamente incompleto […] L’obiettivo non è di raccogliere informazioni o saziare la nostra curiosità, ma di prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo e così riconoscere il contributo che ciascuno può portare.”  (Laudato SI’. §19)

Buon percorso a tutti.

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