Come leggere i dati sulla pandemia? (1^parte)

di Gilberto Ugolini

Di seguito riportiamo l’articolo che ci ha inviato Gilberto a seguito della pubblicazione del contributo di Giuseppe Mezzino e che apre un fronte relativo all’uso che viene fatto dei dati e come ci vengono presentati.

 

Condivido in pieno le riflessioni di Giuseppe Mezzino della scorsa settimana: è molto difficile un dibattito aperto e pacato sul tema della pandemia e dell’informazione divulgata intorno a tale argomento.

Premetto che non mi sento né un negazionista né un complottista, termini molto usati, anzi, abusati in questo ultimo anno per definire tutti quelli che, con un minimo di spirito critico, mettono in dubbio alcune delle verità che ci vengono proposte come dogmi universali non discutibili.
Sono semplicemente laureato in Scienze Statistiche e Demografiche, lavoro nel campo della statistica da 26 anni e in particolare in un Ufficio di Statistica da oltre 17 anni, e non avevo mai visto un tale diluvio di dati (morti, contagiati, positivi,…), una valanga di cifre, quotidiana, incessante, su tutti i giornali e in tutti i canali televisivi, praticamente a reti unificate, manco fosse il discorso di fine anno del Presidente…

E’ sbagliato dare dati? Fornire numeri?
Assolutamente no. Ma come dato statistico non bisognerebbe mai dare valori assoluti (100.000 morti in Italia… 3 milioni di contagiati… ecc.) ma un dato andrebbe sempre contestualizzato a livello spazio-temporale, e diffuso tramite percentuali, indicatori e tassi. Un esempio: per la mortalità andrebbe, in teoria, sempre riportato il “tasso standardizzato di mortalità”, aggiustamento del tasso di mortalità che permette di confrontare popolazioni che hanno distribuzione per età tra loro diverse. Secondo logica, una popolazione più anziana ha una mortalità maggiore perché la probabilità di morire di un anziano è molto diversa da quella di un giovane. (Il metodo di standardizzazione diretto per età è quello più utilizzato e consiste nel sommare i tassi che sono calcolati per ogni specifico gruppo di età su una popolazione di struttura standard, ad esempio la Popolazione Italiana al Censimento 2011).
Senza un processo di standardizzazione, due dati non dovrebbero essere confrontati, perché il confronto potrebbe dare luogo a interpretazioni fuorvianti: ad esempio, è stato confrontato il numero totale di morti di COVID dell’ultimo anno della Provincia di Bologna con quello di uno degli anni della prima Guerra Mondiale, facendo notare che i primi superavano i secondi: ma la popolazione di adesso è quasi il doppio di quella di circa 100 anni fa!
Risultato: il messaggio che “siamo in guerra” arriva comunque a chi legge.

Detto ciò, mi sembra utile fornire qualche numero da fonti ufficiali.

Per avere un’idea dell’impatto del COVID a livello mondiale, una fonte ufficiale è il Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle malattie.
In base a questa fonte, i decessi da Covid-19 nel mondo, a fine marzo 2021, risultano 2.791.055 (in totale, da inizio pandemia). La popolazione mondiale è pari a circa 7,85 miliardi di persone (fonte: worldometer, fonte indipendente con sede negli USA). La percentuale di mortalità a livello mondiale è pari a 0,036%, cioè circa 36 morti ogni 100.000 abitanti.

Per avere un parametro di confronto, ogni giorno nel mondo muoiono circa 24.000 persone per fame o cause ad essa correlate. Tre quarti dei decessi riguardano bambini al di sotto dei 5 anni di età (fonte: Nazioni Unite). 24.000 al giorno per 365 giorni significa circa 8.760.000 morti all’anno per fame o cause ad essa correlate, nel Mondo, ossia circa il triplo dei morti per COVID. La fame del mondo ha la stessa risonanza mediatica del COVID?

In Italia, la principale fonte statistica ufficiale è costituita dall’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT), che effettua annualmente una “Indagine sui decessi e cause di morte”, al fine di rilevare tutti i decessi che si verificano sul territorio nazionale in un anno di calendario.

In Italia, la popolazione del 2020 era pari a  59.641.488 abitanti (fonte ISTAT).
In circa un anno, da inizio pandemia a oggi, in Italia sono deceduti per Covid-19 106.789 persone, cioè lo 0,18% della popolazione, cioè circa 179 morti ogni 100.000 abitanti.
Quanti ne muoiono ogni anno di tumore in Italia? Circa 180.000 persone (fonte ISTAT).
Eppure non si è mai pensato di dedicare una giornata ai morti per tumore, mentre d’ora in avanti il 18 marzo di ogni anno si celebrerà la giornata nazionale delle vittime dell’epidemia di coronavirus.

Qualcuno potrebbe obiettare: ma i malati di tumore non intasano gli ospedali, come i malati di Covid. Bene: su questo la Confederazione Oncologi Cardiologi Ematologi ha pubblicato recentemente un interessante documento dal titolo “stato della gestione delle patologie oncoematologiche e cardiologiche durante la pandemia da COVID in Italia”, dove ha riportato alcuni dati molto interessanti, prendendoli da fonti ufficiali:
“il comparto ospedaliero già al momento dell’inizio della pandemia aveva un numero complessivo di posti letto ordinari per 100.000 abitanti molto più basso della media europea: 314 contro 500 (Italia al 22° posto tra i Paesi Europei – fonte OCSE: Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che  è un’organizzazione internazionale di studi economici per i paesi membri, paesi sviluppati aventi in comune un’economia di mercato).
Anche per la terapia intensiva non stiamo molto meglio: pur essendo passati in pochi mesi da 8,6 a 14 posti letto di terapia intensiva ogni 100.000 abitanti, comunque lontanissimi, ad esempio, dal dato della Germania (34 posti letto di terapia intensiva per 100.000 abitanti).

Del resto, già a gennaio 2018, ben prima della pandemia, solo per l’influenza stagionale i Pronto soccorso degli ospedali di Milano erano al collasso (fonte: Insalute News).

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2 Commenti Hide Comments

Ottima analisi diretta ed esplicativa di una situazione ormai diventata insostenibile, scritta oltre che col raziocinio con molto cuore. Speriamo sia uno sprone per chi ha ancora un briciolo di pensiero critico e di coscienza.

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